febbraio

06feb10
Ho un ricordo da sempre ed è di tamburi a febbraio. E il desiderio di sentire le percussioni come le sentono loro e ballare così, come se ogni movimento nascesse da tutto il corpo perché viene da dentro. Sambar, lo chiamano. Sambar scalza, sambar na rua, sambar in tacchi e piume, sambar de noite, sambar truccata e nuda. Far volare le braccia sopra sorrisi di argento. E poter sentire il corpo come lo sentono loro e i loro uomini, quei negrãos che sono tutto terra, piedi ben piantati e sorriso di luce.
Brasile non è poesia, ma la prosa te la disegna nella carne. E ha un febbraio unico e la saudade come una buccia per impedire che si perda la felicità più materiale ed impermeabile, la stessa gioia che vuole trasmettere fino ad imporla. Loro hanno il sudore, la violenza, il carnevale, la fame, il calore, un campanilismo insopportabile e giustificato, tutti i diminutivi, tutte le immensità.
Tão perto de mim e tão longe.
Vorrei la loro lingua, capire il mondo in portoghese Avere una bunda fatta apposta per sambar. E un loro febbraio.

A volte voler bene è un impegno. E’ chiamare i propri genitori  e chiedere come stanno e dare alle domande di rito le risposte che ci si aspetta e dire che sì, che stai attenta mentre guidi e vai piano e dimenticarti di raccontare le tue ultime rogne lavorative e dire, va beeeeene, sìììììì, anche voooooi, con quella voce mista pazienza e sorriso che ti esce quando parli con i tuoi.

Altre volte è non chiamare, mangiarsi le parole e ingoiare le immagini insolenti. E’ giocare a far finta di aver dimenticato e convincerti che è meglio così anche se non ne sei affatto sicura perché questa non è Gardaland e  può succedere in qualunque momento che il carrello delle montagne russe si fermi nella punta più alta di una curva e non ci sia altra scelta che scendere.


(in)sicura

25gen10
Solo per un secondo, uno soltanto, piccolo -in diminutivo tanto è minuto- mi chiedo “e se rimango qui?”
Sono certa che qui, diventata un groviglio dentro la vasca da bagno, nessuno riuscirà a trovarmi. Perché in qualche modo è arrivata fino a qui quella certezza infantile che se ti accucci e ti abbracci le gambe e metti il naso tra le ginocchia, sei al sicuro. Ancora di più quando sei dentro una vasca con le bolle.

Io sono nata nel sud dell’Atlantico, tuo papà al nord del Adriatico: siamo il miscuglio dei tuoi nonni e tu, un ulteriore combinazione di noi due.

Il padre di mia mamma parlava aragonés, il padre di tuo papà tedesco e le tue nonne sono nate a febbraio, una d’estate e l’altra d’inverno. Tuo papà ha gli occhi chiari ed io degli antenati slavi.

Tuo papà ed io siamo il risultato, proprio come te, di caso, sogni e migrazioni.


mani di burro

17gen10
In poco più di un mese ho rotto:
-Una bottiglia di vino costosissimo, un regalo (non avrò mai il coraggio di ammettere questa perdita con il donatore).
-Due bicchieri (procedendo di questo passo, per il mio compleanno i brindisi si faranno a canna, con l’acqua).
-Una pirofila di ceramica (con abbondante avanzo di lasagne dentro)
-Un vaso (ma la pianta vive ancora -ehm… ok… d’accordo… sopravvive-).

Sono preoccupata.
Molto.
Devo trovare il modo di dare la colpa a qualcun altro (siete consci, vero, che non reggerà ancora a lungo la scusa dei gatti?).


Insegnare una (seconda) lingua “facile” alle scuole medie può essere considerato un bell’allenamento per il sorriso. Intanto è la “seconda”, il che vuol dire che non ha vinto nulla ma che ha comunque ottenuto il piazzamento d’onore, quindi bisogna essere soddisfatti e mostrarlo al pubblico. In più è spagnolo. Non il raffinato francese, non il temuto tedesco ma la lingua che si usa a Zelig per mandare la pubblicità, diciamocelo.

I miei alunni questo lo sanno (ohhhhh se lo sanno) e ci tengono proprio a farmi sorridere. Dai dolcissimi amanti degli animali, tra cui una ragazza che farà la veterinaria perché “mi piacciono moltissimo gli animali, infatti ho due cani e molti amici” e un ragazzo che sostiene che “non tutti gli uccelli volano, per esempio il gatto non ci riesce”, passando per la fortunata che ha una finestra dalla quale “si vede spesso la luna piena”, si direbbe che facciano a gara per farmi ridere.

Non mancano gli spiriti liberi, quelli che durante l’esame scritto di licenza media alla domanda “quale città ti piacerebbe visitare tra Barcellona e Madrid?” hanno risposto: “mi piacerebbe visitare Miami”, “Venezia per uccidere i piccioni in Piazza San Marco” e “gli amici”, né la alunna ansiosa che non vuole essere interrogata perché a stare in piedi davanti alla classe si sente “embarazada” (incinta); mentre il latin-lover  di prima media non ha dubbi nel descriversi fisicamente come uno che ha dei “bellos ochos azules” (begli “otto” azzurri)  e il lapidario di seconda  alla domanda “di dove sei?” risponde con un laconico “no”.

E pensare che basterebbes aggiungeres unas esses allas fines dis ognis parolas pers parlares unos spagnolos correttos , nos?

PS: il titolo del post l’ho preso da un  compito in classe. Secondo  l’illuminato di turno quella frase  era il plurale di “la tazza è piena di tè” .

Ci sono giorni in cui mi soffermo su ogni dettaglio e mi pento di tutto: dei vestiti che ho indossato la mattina, di quello che ho detto a mia mamma al telefono,  delle parole che ho scritto in una chat, dei piatti che ho cucinato per cena, di quello che ho pensato la notte prima, delle confidenze che ho fatto alla mia compagna di banco in prima superiore, della sassata in fronte e mio cugino il giorno della mia prima comunione, di non avere della biancheria intima a pois viola su sfondo arancione, della strada che ho scelto per arrivare da qualche parte, di non aver scelto l’altra per potermi pentire di questa e non di quella.

(si, appena possibile mi pentirò anche di aver scritto questo)


se

01gen10

Se avessi sei anni, lo direi a tutti che sei il mio moroso, a tutti tranne te.

Se ne avessi undici, riempirei fogli e blog col tuo nome scritto in cicciotello e  luciccoso.

Se ne avessi quindici, probabilmente cercherei la minima scusa per contraddirti, litigare, punzecchiarti.

Se gli anni fossero venti mentirei spudoratamente sulla quantità e qualità di esperienza sessuale, con aria vissuta.

Ma ne ho poco meno di quaranta e hai scelto di passare insieme a me più di un quarto dei miei anni e allora solo grazie (e buon compleanno).


sbilanciandomi

28dic09

Potrei quasi dire che l’anno è andato via come un fazzoletto perso dal finestrino di un treno: non c’è più ma per un po’ lo vedi allontanarsi, perchè le partenze si stiracchiano nel tempo e il fazzoletto è blu come il mare.

Non ci sono più tutte quelle cose da fare e quelle pagine ancora da scrivere ma rimane comunque il nocciolo come se fosse sempre stato ciliegia perché ora so verso quale meta ho camminato e cosa (e a chi) sorridere voltandomi indietro.

In estrema sintesi ed in ultima analisi: in questo bilancio sbilenco, sono in attivo io (alla facciaccia tua 2009)

Il mio augurio per chiunque passi di qui è che possa dire altrettanto, per quest’anno un po’ bislacco ma soprattutto per il prossimo.

BUON 2010!


Preambulando

21dic09

In quell’angolo il tempo era inchiodato in una posizione di ombre inalterabili, continuava a risuonare il vento che lui una volta disse di aver registrato per dimostrare che faceva lo stesso rumore dell’oceano. In quell’angolo la notte sembrava un plastico, con il cartello col nome delle vie eretto a sfidare qualunque cosa la notte avesse deciso di portare.

E infatti dai margini del quartiere salivano dei personaggi variopinti: un africano cantando del soul rauco in inglese che non si accorse di loro, appoggiati sul muretto; due donne molto truccate e ancora più impaurite e un uomo in completo che sembrava essere appena uscito dall’ufficio, giusto poco dopo la mezzanotte della vigilia. “Dovrebbe lavorare di meno” è stato il pensiero corale.

-Sai perché non è come l’oceano? chiese lei a voce bassa nonostante il frastuono dei petardi, perché sembrasse meno aggressivo sfidare apertamente la teoria dell’equipollenza sonora di un musicista.

-Perché?

- Perché  sull’oceano non ci sono le foglie che grattano cerchi contro l’asfalto.

Su quelle strade alte del quartiere, quello che ora arrivava della bora che fino a poco tempo fa li aveva spettinati, era appena un soffio stordito che faceva volteggiare due o tre foglie e lasciava intuire gli ultimi scoppi, e basta.

- Hai ragione, rispose lui con finto tono di sconfitta.

. Tranne forse che a Bahia Blanca.

Quanto può durare la prefazione di un bacio? Capirono che gli era sfuggito dalle bocche, più che dalle mani, che si era allontanato dall’obiettivo distratto dalle parole che grattavano per terra invece di stamparsi come si può stampare un bacio su una bocca.

- I tuoi occhi sono due mattine sincrone, disse aspirando le due “s” nel modo più sudamericano che riuscì e, bevendo, visto che c’era, ogni pensiero di lei d’un solo fiato, senza chiudere gli occhi, gustandoli, senza fare troppo rumore per appoggiare il bicchiere.

Lei ricordò quelli che invece fanno chiasso coi bicchieri, quelli rozzi, quelli che se ne andavano senza pagare il conto, senza riconoscere la qualità del vino e la voce  del titolare che urlava “meglio, e non tornare” mentre una signora sulla barra insisteva nel fingere giovinezza a furia di scollature e lo guardava con desiderio perché che ti serve un whisky è sempre interessante, ma lo è ancora di più dopo il secondo whisky.

Non rispose proprio ma si chiese in silenzio, dove l’avrebbe portata lui, con quella camminata elastica e il tragitto ruminante; lui che registrava i suoni del vento.

- Al primo angolo buio, rispose come se le avesse letto il pensiero e finalmente la baciò.

Ed era vero.

Questa simulazione di racconto è il mio Post Sotto l’Albero, ce ne sono di molti più belli nel volumetto raccolto amorevolmente del Sir, andate e scaricatene tutti!