Oggi per esempio, sono andata a comprare quei due detersivi che mi mancavano e sono uscita dal negozio con un conto da € 45 e varie cose non incluse nella lista. Non so dire se a distrarmi sia stata la cifra o il peso degli extra, ma so che solo dopo aver girato l’angolo ed essermi fermata davanti al semaforo mi sono accorta che forse era il caso di tornare indietro a prendere la macchina.
Io so di essere leggermente’ dislessica (o disgrafica?) ma credo di portarmi dietro questa caratteristica anche in altri aspetti della vita. Ho questa capacità (?) di concentrarmi moltissimo in qualcosa ma per poco tempo e poi distrarmi ed ecco che il refuso scappa quasi ovunque.
Un’attitudine che ho sempre posseduto, a meno che non sia una leggenda metropolitana quella che adora raccontare mia mamma di quel giorno che stavo andando a scuola con ben due paia di mutandine e nessun pantaloncino sotto il grembiule, solo perché, ne sono certa, in quel momento avevo qualcosa di ben più interessante a cui pensare.
Le cose si rompono o, meglio, le mie cose si rompono. Spesso.
Meglio ancora: mi si rompono. Mi cadono dalle mani fin troppo di frequente.
Sarà perché non faccio mai abbastanza attenzione Se me lo chiedessero non saprei dire velocemente da quale parte porto la riga dei capelli, così come non ricordo su quale lato stanno i bottoni delle camicie o dei pantaloni.
Venerdì ho fatto la riga dei capelli dall’altra parte. Senza pensarci. Me ne sono accorta solo perché guardandomi allo specchio ho pensato che mi stesse bene (anche se non ho avuto conferme da terzi, in merito).
Anch’io cado. Sabato mattina per esempio ho mancato l’ultimo scalino e sono planata giù.
Per fortuna ho dei buoni riflessi, allenati (presumo) da tutte quelle cose che mi cadono.
Sto cercando di fare un po’ d’ordine.
Ho scartato le cose che non mi servono più e ho messo da parte quelle che ormai non uso, ma delle quali non posso più fare a meno.
Ho preso delle scatole robuste e ho sistemato ogni cosa con un criterio preciso.
Ora che i desideri riposano in fondo (ché sono cose da maneggiare con cura) mi dovrei dedicare al resto.
Forse un giorno riuscirò a fare lo stesso ordine nelle mie ansie.
E nel mio armadio.
Da quando ho iniziato ad insegnare, l’anno non è più una misura univoca. Ho due inizi e due fini sfasati, bilanci raddoppiati e alle nove relazioni di fine anno scolastico ne aggiungo sempre una, di solito la meno indulgente.
Da quando ho iniziato a insegnare la fine dell’anno scolastico è diventata la più importante, ma la meno mia. Finire ancora un anno da precaria può voler dire chiudere del tutto, non tornare, non portare avanti ma lasciarsi indietro.
Da quando ho iniziato a insegnare le certezze finiscono a giugno, assieme al contratto e per quell’assurdo spirito di contraddizione che mi appartiene credo di non sentire mai il bisogno di essere rassicurata come nel preciso momento in cui so di non poterlo essere.
Sai di far parte di quel gruppo di persone che a volte, senza conoscere bene il motivo, sente che le sue labbra si separano in modo comico e cominciano ad emettere suoni allegri. Sai che in qualche occasione quei suoni sono stati contagiosi al punto di produrre un effetto domino sulle persone vicine. Ci sono stati pure un paio di casi in cui hai saputo ridere fino alle lacrime, o no?
Quindi, ora che ti ricordi di averla acquisita questa competenza, non ti rimane che metterla in pratica. Per esempio potresti provare con l’effetto sorpresa: sai di essere stonata, allora canta; e sai pure non tenere affatto l’alcol (e allora canta). Sai che se fai sorridere non puoi fare a meno di farlo a tua volta, sai che nuda potresti sorridere il doppio. Sai pure quanto è raro veder qualcuno che sorride, e vuoi sprecare ancora l’occasione di andare in giro , come diceva Quino, stonando con tutto il mondo?
Come quando sali su una scala meccanica piena zeppa di persone. Non puoi scavalcarli, non puoi tornare indietro. Puoi solo aspettare di arrivare. Ma non dura a lungo.
Il mio primissimo incontro con il poeta uruguaiano (io, che abitavo dall’altra parte dello stesso fiume) l’ho fatto attraverso un disco di un cantautore catalano. Il secondo, per mezzo di un film argentino visto Spagna. Per fortuna ho avuto una terza possibilità: una conferenza finita in chiacchiere durante una notte quasi mattina al bar del campus universitario. Una ventina di persone tra eletti ed imboscati (io appartenevo a quest’ultima categoria, c’erano dubbi?) che gli chiedevano “más todavía, uno más por favor”
Per il fuoco di quella notte, per quello di tutte le volte che l’ho letta per caso e cercandola apposta, per quello che devo ancora leggere, gracias don Mario. Hasta siempre.
PS: il testo del video dice circa così:
Non ti salvare
Non rimanere immobile
sull’orlo della strada
non congelare la gioia
non volere senza voglia
non ti salvare ora
né mai
non ti salvare
non riempirti di calma
non prenotare del mondo
soltanto un angolo tranquillo
non lasciar cadere le palpebre
pesanti come giudizi
non rimanere senza labbra
non dormire senza sogno
non ti pensare senza sangue
non ti giudicare senza tempo
ma se
nonostante tutto
non puoi evitarlo
e congeli la gioia
e vuoi senza voglia
e ti salvi ora
e ti riempi di calma
e prenoti del mondo
solo un angolo tranquillo
e lasci cadere le palpebre
pesanti come giudizi
e ti secchi le labbra
e ti addormenti senza sogno
e ti pensi senza sangue
e ti giudichi senza tempo
e rimani immobile
sull’orlo della strada
e ti salvi
allora
non rimanere con me.
Ché io frequento persone particolari a quanto pare. Ché in realtà io sono di una banalità che mi esaspera da sola, ma riesco comunque a trovarmi in mezzo a situazioni surreali. Tipo che si chiacchiera del più e del meno con una coppia e salta fuori che fanno dei video erotici. Non porno, erotici ci tengono a precisare. Filmati dove le protagoniste sono solo donne poco o per niente vestite che accarezzano pianoforti, cucinano o si lavano la schiena a vicenda.
Ché poi mi parlano del clima goliardico e di complicità che si crea durante le riprese. Tipo che non manca mai del buon vino e la voglia di prendersi in giro e devo aver fatto una faccia tipo “mi piacerebbe provare” perché lei mi chiede subito se mi piacerebbe provare ed io penso che mi piacerebbe. Lui dice che hanno un agriturismo a disposizione per le prossime riprese ed io potrei essere quella che dà da mangiare alle oche. Chè io ho preferito non indagare su questo accostarmi alle oche e ho detto che ci pensavo e poi ancora non ho deciso.
O meglio che voglio una marea di ricci, un rossetto rosso incendio, stivali sopra il ginocchio e inquadrature dal basso lo so già, ma il nome d’arte proprio non so sceglierlo. Suggerimenti?
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